domenica, agosto 06, 2006

Sprite

Debora aveva le occhiaie scavate quella mattina. Era agosto ma faceva un insolito freddo. Fuori la finestra un aereo planava mentre stormi di rondini procedevano nel senso inverso. Era stato un momento brioso, quella notte, appena messa alle spalle. Era tornata a scrivere e a provare ebrietà e fierezza. Non accadeva da tre anni, da quando aveva vinto il premio “Danza di notte con le parole al disarmo”. Quei versi l’avevano sdoganata nell’Olimpo della letteratura che conta, quella delle feste a suon di martini e olive, di gonne bianche, di tovaglie di seta e bicchieri a cono. Ai primi tempi le era andato a genio quel nuovo ruolo, ritagliato per uscire dagli inferi di un’adolescenza combattuta, matita e scrivania pronte ad accogliere idee fruttuose. Ma era durata pochissimo. Si era presto stufata del circolo, di dizioni sdolcinate che profanavano la spontaneità dell’arte e di raccattapalle sciolti, in libertà.

Quella mattina sognava un viaggio per l’Alabama. Così avrebbe voluto festeggiare quell’estatico ritorno con se stessa, quel conciliabolo fortunato di saggezza. Quella così sincera e sboccata notte. Avrebbe fatto violenza su un passero se lo avesse incontrato. Piena di energie, avviluppata da un sincretismo nostalgico e da una foga di riscatto aveva acceso il suo vecchio portatile, quello che la aveva condotta nella setta degli scribacchini targati. La smania era durata un quarto d’ora, niente di più. Così le erano parsi quei voraci attimi di empietà. Aveva dato la stampa senza rileggere e poi era corsa alla finestra a guardare le stelle. Le sembrava che giocassero, che si spostassero, pedine di una scacchiera blu, serve luccicanti di uno sistema poco chiaro. Sfatta, si era coricata dolcemente sul divano. I capezzoli intensamente intirizziti.

Quando avevano bussato alla porta non aveva badato granché a quel robusto rintocco, nocche impazzite di un uomo ubriaco. Carlo e Claudine dall’occhiello, oblunghe strette di mano con contorni neri. Aveva aperto distrattamente. Claudine era corsa per il bagno. Carlo aveva iniziato il suo racconto. Avevano investito un uomo con la macchina, a duecento metri da lì. Guidava Claudine. Non avevano il coraggio di ripassare in quell’incrocio. Aveva ragione di ritenere che l’uomo fosse morto sul colpo. Claudine era nel panico. Non sapevano che fare ma, per intanto, cercavano un riparo fraterno. Debora non proferì respiro. Si diresse verso il bagno, aprì la porta, Claudine appoggiata al water con i gomiti sgraziati e un sarcastico abitino rosso con merletti blu. Era bella, pensò, ancor di più con quell’alone da assassina inadatta. Tornò da Carlo e gli chiese altri particolari sull’incidente. Mentre Carlo partì scevro di dettagli nuove nocche, dal basso, scossero l’atmosfera. Era Filippe, nano, il cassiere della farmacia del quartiere. Aveva lo sguardo assente, orbite pregnanti, una gilet verde scuro che, per via della fiacca illuminazione del corrimano, gli procurava una strana ombra sugli zigomi. Domandava perdono per la visita inaspettata ma non avrebbe potuto fare altrimenti. Chiese di crederlo sulla parola mentre varcava la soglia con delle scarpe mal adagiate. Debora lo guardava con l’interesse e il distacco con cui una mamma guarda il proprio figlio, sporco di fango, dopo una partita di calcio. Filippe portava un grosso orologio d’oro. Erano le 23:15.

La città sognava. Gli amanti stavano pregando, pensò, scalza e bionda, ciocche sulla camicia. Quella notte brulicava orrori. Carlo chiese a Filippe cosa gli fosse successo. Il cassiere estrasse un sigaro e voltò la testa verso il camino spento. Debora si soffermò a guardare il quadro di famiglia al centro del salotto. Suo padre, baffi curati, occhi nocciola che la fissavano.
Claudine rinvaghì e fraternizzò presto con il nano che le porse il sigaro. Debora, con un ebete sorriso sul volto, tornò al vecchio portatile. Il foglio, accartocciato sulla stampante, disegnava una U nel vuoto.

Anime, teli d’Oriente
occhi dolci di cerbiatti desti
pose felici in un parco di mandorle.

Villaggi illuminati di un’isola
cori che, in frottole, plaudono nel deserto.
Fari paonazzi nell’Atlantico
Io, bozza tra le tante
tra i fantasmi della notte.

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